Implicazioni etico-politiche della ricerca sull’Aids: proposta di un forum tra i lettori
Roberto Festa
Universitŕ di Trieste, Dip. Filosofia
A partire dai primi anni Ottanta, nel tentativo di fronteggiare quella che si profilava come una nuova, insidiosa e massiccia epidemia, i paesi sviluppati hanno mobilitato enormi risorse finanziare, umane e scientifiche. Gli obiettivi della "lotta all’Aids" erano quelli che, normalmente, ci si pone di fronte a un’epidemia. Occorreva ricercare la causa della malattia, prevederne il decorso, prevenirne la diffusione, assistere e curare i malati.
Fin dall’inizio questi sforzi sono stati accompagnati da una riflessione di carattere etico-politico - ricca a sua volta di implicazioni pratiche - sui diversi problemi connessi alla prevenzione e alla cura dell’Aids. Come si potevano conciliare i diritti individuali alla privacy e all’autonomia con l’interesse pubblico alla salute? Era moralmente giusto, e politicamente opportuno, sottoporre la totalità della popolazione al test di sieropositività? Come ci si sarebbe dovuti comportare con le persone risultate sieropositive? Come proteggere gli operatori sanitari? Qual era la giusta ripartizione delle risorse, per definizione scarse, tra le diverse necessità connesse con la prevenzione e l’assistenza?
Si può capire che l’attenzione di filosofi e intellettuali si sia rivolta soprattutto ai problemi etico-politici posti dalla prevenzione e dalla cura dell’Aids. Resta però sorprendente che la riflessione sulle implicazioni morali e politiche della ricerca sull’Aids sia stata così esigua e frammentaria. Quasi sempre il dibattito si è concentrato su aspetti quantitativi del tipo: quale percentuale delle risorse complessive è giusto che un paese sviluppato spenda nella ricerca sull’Aids? Molto raramente ci si è posti, invece, il problema qualitativo: come stiamo spendendo i nostri soldi nella ricerca sull’Aids?
Il presupposto di questa ‘omissione’ era, naturalmente, quello per cui i denari venivano spesi sostanzialmente bene e che - individuata nel retrovirus Hiv la causa della malattia - occorresse semplicemente moltiplicare gli sforzi, anche economici, per accorciare i tempi nella scoperta di un vaccino e di una cura.
Eppure la possibilità che finora i soldi siano stati spesi non troppo bene sembra meritare, almeno, un attento esame. Che dire della possibilità, per esempio, che le ‘regole’ scritte e non scritte della ricerca nel campo dell’Aids abbiano condotto alla concentrazione delle risorse sull’esame di una sola ipotesi, quella retrovirale, escludendo da una seria considerazione ipotesi alternative?
Il problema non è puramente accademico, dato che la validità dell’ipotesi retrovirale, che postula il nesso causale Hiv-Aids, è sistematicamente contestata da un settore della comunità scientifica che, per quanto numericamente minoritario, include anche premi Nobel e membri affermati dell’establishment scientifico. Sembra anche ben documentato che ai ‘dissenzienti’ viene sistematicamente negato l’accesso alle risorse necessarie per la conferma, o disconferma, sperimentale delle loro critiche e per lo sviluppo di ipotesi alternative.
Siamo perfettamente consapevoli che i filosofi, in quanto tali, non hanno nulla da dire nel merito delle dispute che si svolgono all’interno della scienza. In quanto tali, i filosofi non possono prendere partito a favore di - o contro - una teoria. Si parli di mirmecologia, cosmologia, o ricerca medica, non è compito della riflessione filosofica stabilire chi ha ragione e chi ha torto in una disputa scientifica.
Tuttavia, dati i costi della ricerca, quando la società intera deve impiegare ingenti risorse per la scienza, allora il filosofo, proprio come ogni altro cittadino, ha il diritto di sapere secondo quali procedure e regole vengono distribuiti i denari che - ancora alla pari di ogni altro cittadino - deve dolorosamente tirar fuori di tasca.
Oltre a questo comune diritto i filosofi hanno anche specifici doveri, legati alla natura degli strumenti concettuali in loro possesso. Per esempio, vi è un’ormai antica tradizione intellettuale che, da John Stuart Mill a Paul Feyerabend, ha mostrato come la proliferazione di - e la libera competizione tra - idee e teorie rivali tenda a favorire il progresso della conoscenza e il faticoso approssimarsi alla verità. Vi è qualche ragione di credere che questo precetto valga per alcune discipline e non per altre, e che debba venire revocato quando si ha a che fare con una scienza che, come la medicina, tocca in modo diretto ed immediato il pubblico interesse?
O non è invece proprio nel caso in cui le conseguenze pratiche del progresso scientifico sono così rilevanti che dovremmo porre il massimo scrupolo per garantire le condizioni che, per quanto ne sappiamo, favoriscono tale progresso?
Non abbiamo la pretesa di dare la giusta risposta a questi interrogativi, ma solo quella di sollecitare la discussione. Ci piace considerare l’articolo di Fabio Franchi e Pierpaolo Marrone, ospitato in questo numero, come il primo intervento di un dibattito sull’etica e la politica della ricerca nel campo dell’Aids che potrà continuare anche nella forma di un forum tra i lettori.